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Maturità 2026. Deledda, Morante e altre creature mitologiche

Se un archeologo del futuro, disponendo soltanto delle tracce della maturità italiana, dovesse ricostruire la composizione del genere umano, potrebbe giungere alla prudente conclusione che esso fosse costituito per circa l'ottantacinque per cento da maschi e, per la restante quota, da una presenza femminile. Del resto, di fronte a sette tracce nelle quali una sola reca la firma di una donna, sarebbe difficile imputare al povero studioso un errore metodologico: egli si limiterebbe a trarre le conseguenze statistiche di una rappresentazione del mondo che, mentre proclama la propria universalità, continua a parlare con una voce prevalentemente maschile.

 

Ma ormai tutti lo sappiamo: la Letteratura, la Storia e il Pensiero sono roba da uomini.

 

E quindi, diamo un'occhiata all'esclusivo circolo bocciofilo selezionato per le sette tracce di quest'anno. Abbiamo l'immancabile malinconia di Cesare Pavese e l’ironia di Vitaliano Brancati. Abbiamo i Padri Costituenti (le Madri, si sa, in quegli anni rammendavano le bandiere) con il discorso di Giuseppe Saragat. Abbiamo Piero Bianucci per la divulgazione scientifica, il sociologo ungherese Frank Furedi a tracciare i confini e Mario Calabresi a spiegarci la fatica di alzarsi all'alba.

 

Sei uomini. Un parterre che odora di dopobarba al pino silvestre, polvere di biblioteca e pacche sulle spalle tra gentiluomini del Novecento.

 

Ma aspettate, il Ministero non è insensibile allo spirito dei tempi! Proprio quando l'accusa di patriarcato letterario sta per abbattersi inesorabile, ecco spuntare la Tipologia C1. Una donna. Una su sette. Il 14,2% di quota rosa, spalmato con chirurgica parsimonia.

 

Quest’anno il ruolo di eletta va a Wenke Husmann, giornalista tedesca di Internazionale, chiamata a dissertare sul tema della "meraviglia". E bisogna ammetterlo: ha funzionato. La meraviglia, leggendo i plichi ministeriali, l'abbiamo provata tutti.

 

La vera vetta del grottesco, l'acme dell'ironia storica, la raggiungiamo però con la grande assente.

La scrittrice Grazia Deledda seduta a un tavolo che legge un libro - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Deledda_-_Cosima,_Milano,_Treves,_1937_(page_133_crop).jpg
Grazia Deledda

Corre l'anno 2026. Esattamente cento anni fa, nel 1926, una donna sarda vinceva il Premio Nobel per la Letteratura. Si chiamava Grazia Deledda. È tuttora l'unica donna italiana ad averlo mai vinto. Si pensava che, anche solo per mera pigrizia istituzionale o per il fascino del numero tondo, il centenario di un Nobel femminile fosse un rigore a porta vuota per la Tipologia A.

 

E invece no. Il Ministero, con un dribbling degno di Maradona, ha schivato il centenario della Deledda per ripescare I piaceri di Brancati. Evidentemente, Canne al vento sollevava troppa polvere, o forse il sospetto che una donna potesse maneggiare la complessità dell'animo umano quanto un Pavese era un azzardo troppo grande per la fragile psiche dei diciottenni di oggi.

 

La scelta ministeriale nasconde in realtà una raffinatissima tesi filosofica, un'ontologia del genere letterario: le scrittrici italiane non esistono. O, se esistono, sono un po' come i panda giganti, se ne parla molto, sappiamo che vanno protette, ma in natura non se ne vede mai una.

 

Il messaggio che emerge dalle scartoffie di Stato quindi è cristallino: la Letteratura con la "L" maiuscola, quella che si analizza con le figure retoriche, e la Storia con la "S" maiuscola, quella che si argomenta, richiedono un cromosoma Y. Le donne, tutt'al più, possono occuparsi di "attualità" (Tipologia C). Meglio se straniere. Meglio se viventi, così non rischiano di finire nei manuali scolastici rubando spazio prezioso a un altro magnifico letterato.

 

Ringraziamo dunque il Ministero per questa coraggiosa opera di restaurazione. In un'epoca fluida e incerta, c'è qualcosa di rassicurante nel sapere che le commissioni d'esame sono ancora, intellettualmente parlando, un "boys' club". Ai maturandi del 2026 non resta che imparare la lezione più importante di tutte: in Italia, per entrare nella Storia della Letteratura, non basta vincere un Nobel. Bisogna prima ricordarsi di nascere uomini.

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