top of page

Mamdani: «Sostengo i diritti LGBTQ perché sono musulmano»

«Sostengo i diritti LGBTQ perché sono musulmano». Quando Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York a fine 2025, ha pronunciato questa frase, molti osservatori occidentali hanno sussultato. Cresciuto in una famiglia interreligiosa, orgogliosamente sciita e socialista, Mamdani ha prestato giuramento sul Corano e ha subito tradotto la sua fede in azioni concrete, come l’istituzione del primo ufficio municipale per gli affari LGBTQIA+. Per lui, i principi islamici di compassione, equità e difesa degli oppressi impongono una solidarietà intersezionale con tutte le minoranze marginalizzate.


Il governatore Kathy Hochul, il sindaco Zohran Mamdani e il presidente e CEO della MTA Janno Lieber partecipano a un raduno al McBurney YMCA sulla West 14th St. per commemorare il primo anniversario dell'implementazione del Programma di Pedaggio del Distretto Centrale degli Affari (CBDTP) lunedì 5 gennaio 2026. (Marc A. Hermann / MTA) - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Zohran_Mamdani_Congestion_Relief_One-Year_Anniversary.jpg
Zohran Mamdani, sindaco di New York - Metropolitan Transportation Authority, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Questa posizione non è isolata. Nel Michigan, il medico e candidato progressista al senato, Abdul El-Sayed, esprime una visione speculare, dichiarando che la sua pratica quotidiana di preghiera islamica si sposa perfettamente con la difesa dei diritti civili e delle persone trans: «Voglio che la commistione sappia che intendo essere un leone per i diritti. Quando qualcuno verrà a cercarvi per colpirvi, ho intenzione di mettermi in mezzo per proteggervi». Nella sua esperienza amministrativa, ha gestito con successo il programma Ryan White per la cura e la destigmatizzazione dell'HIV, dimostrando che l'equità sociale non è uno slogan ma una pratica quotidiana. El-Sayed ricorda spesso che un governo autorizzato a discriminare un gruppo finirà per discriminare chiunque, rifiutando l'alleanza performativa di chi difende le minoranze solo a parole.

 

Di fronte a queste figure, la narrazione occidentale cade spesso in un riflesso condizionato e paternalistico. Si tende a pensare che Mamdani ed El-Sayed siano progressisti, tolleranti e aperti ai diritti civili unicamente perché nati, cresciuti o educati in Occidente. Si liquida la loro visione come il prodotto di un'assimilazione culturale, un'eccezione dovuta al contatto con i nostri valori laici. Questa lettura, tuttavia, cela una profonda e dannosa semplificazione, utile solo a nutrire una strisciante islamofobia e a giustificare i programmi della destra estrema. Figure come Donald Trump negli Stati Uniti, Viktor Orbán in Ungheria o i movimenti legati al conservatorismo nostrano promuovono un integralismo cristiano che ricalca i medesimi meccanismi dogmatici e patriarcali che a parole dicono di voler combattere nel mondo islamico.

 

È ironico che in Occidente chi avversa l’Islam accusandolo di essere illiberale, anziché favorire un’integrazione, proponga politiche integraliste. Le destre rifiutano l'integrazione culturale con il gesto elegante della volpe di fronte all’uva, dicendo che è impossibile da realizzare e persino non auspicabile. In realtà dobbiamo chiederci se posseggano i mezzi culturali per farlo e se l'idea di inclusione appartenga alla loro ideologia.


In questo scenario, appare conturbante che una parte della comunità queer decida di aderire a partiti sciovinisti, illudendosi di trovarvi protezione contro la «troppa tolleranza» della sinistra. Le forze sovraniste dicono di voler garantire alle donne e alle persone LGBTQIA+ la difesa dall’omofobia e dal sessismo islamico attraverso politiche di remigrazione, ma a patto che esse rinuncino ai loro diritti e alle loro istanze di emancipazione. Si proclama di voler difendere la democrazia dall’anti-democratismo islamico, ma lo si fa con proposte reazionarie atte a smantellare i diritti civili conquistati in decenni di lotte.

 

Già questo dovrebbe aiutarci a comprendere che la tendenza a considerare la tolleranza come un'esclusiva occidentale sia capziosa. Infatti essa viene smentita sia dalla sociologia che dalla storia. Come spiega Enzo Pace nei suoi studi sui fondamentalismi, l'integralismo non è una caratteristica biologica o l'essenza di una specifica religione, ma una moderna strategia politica di reazione alla complessità del mondo contemporaneo. Attraverso il «regime della verità», i movimenti radicali di qualsiasi confessione azzerano il pluralismo e inventano tradizioni su misura al solo scopo di conquistare il potere e modellare le leggi dello Stato. L’integralismo, dunque, è uno strumento di controllo sociale contemporaneo, non un retaggio medievale dell'est.

 

La storia dimostra inoltre che il mondo musulmano e il Medio Oriente possiedono una lunga e radicata tradizione di tolleranza, dialogo e dibattito pubblico. Nel suo saggio L’idea di giustizia, Amartya Sen ricorda che i regimi musulmani del Cairo, di Baghdad o della Spagna medievale erano centri di fecondo pluralismo culturale. Alla fine del Cinquecento, mentre l’imperatore Moghul Akbar garantiva la libertà religiosa e organizzava incontri tra musulmani, cristiani, ebrei e persino atei in India, a Roma l’Inquisizione occidentale era in piena attività e metteva al rogo Giordano Bruno per eresia.

 

Se oggi il Medio Oriente è dominato da regimi teocratici e integralisti, non si tratta dell'esito ineluttabile della fede islamica, ma delle pesanti influenze storiche e geopolitiche dell'Occidente. Come suggerisce Slavoj Žižek in Benvenuti nel deserto del reale, dobbiamo applicare un sano riduzionismo economico per comprendere lo scontro attuale. Per decenni, l'Occidente capitalista ha stretto alleanze strategiche con monarchie ultra-conservatrici e integraliste come l’Arabia Saudita o il Kuwait, preferendo che rimanessero non democratiche pur di garantirsi l'accesso privilegiato alle riserve petrolifere. Quando l'area ha espresso autentici risvegli democratici e laici, questi sono stati sistematicamente soffocati, come accadde nel 1953 in Iran con il colpo di Stato orchestrato dalla CIA contro il primo ministro Mossadeq, democraticamente eletto e che voleva il controllo delle proprie riserve petrolifere e spezzare il monopolio delle compagnie occidentali. Persino l’Afghanistan, fino agli anni Settanta, era una società tollerante e laica, prima di venire risucchiato nel gorgo della politica internazionale e delle superpotenze, che hanno armato e finanziato direttamente il fondamentalismo per i propri interessi geopolitici.

 

Io mi considero ateo e lontano da ogni dogma religioso, tuttavia trovo che questa prospettiva sveli la più grande ipocrisia dei nostri tempi. La tolleranza di leader come Zohran Mamdani non è un prestito culturale che l'Occidente ha concesso loro, ma il recupero cosciente di una radice storica di giustizia e pluralismo interna alla cultura musulmana. Al contrario, sono i nostri leader sovranisti che oggi scelgono di tradire la tradizione democratica in nome di un integralismo identitario. Il vero pericolo per la nostra società laica non viene dunque da fuori: indossa giacca e cravatta e siede sulle poltrone delle nostre istituzioni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
Logo-nosfondo.png

Il magazine di filosofia.

Scopri pensieri, articoli e novità

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

  • Instagram
  • Facebook

© 2025 - La Bottega delle Filosofie è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Salerno - Reg. Num 2593/2024 - Direttore Responsabile Dario Luca Mattia - Direttore Editoriale Marco Antonio D'Aiutolo.

Produzione Riservata Copyright © La Bottega delle Filosofie

bottom of page