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Femminicidio: quando una parola rende visibile la realtà

Ci sono parole che cerchiamo perché non le conosciamo. Altre perché sono appena entrate nel nostro linguaggio. E poi ci sono parole che sentiamo continuamente, leggiamo sui giornali e sui social, ascoltiamo nei telegiornali, incontriamo nel dibattito politico e che, nonostante questo, continuiamo a cercare.

 

Tra le parole più cercate sul portale Treccani nel 2026 compare al primo posto femminicidio.


collage contro il femminicidio a Bologna - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Collage_femminicidio_Bologna.jpg
Urban38, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Femminicidio è una parola ormai quotidianamente presente nella cronaca, è entrata nel nostro ordinamento giuridico e, nello stesso tempo, continua a essere oggetto di discussione e persino di contestazione nel dibattito politico.

 

Vannacci ha dichiarato che il femminicidio non esiste e che sarebbe «un omicidio come tutti gli altri», appellandosi apparentemente proprio al principio di uguaglianza: uomini e donne sono uguali, dunque, devono essere soggetti alle stesse regole. È un'argomentazione che può apparire intuitiva. Ed è forse proprio per questo che merita di essere analizzata con attenzione, perché contiene un equivoco fondamentale: il concetto di femminicidio non nasce perché la vita di una donna valga più della vita di un uomo, ma nasce perché non tutti gli omicidi hanno la stessa matrice.

 

La differenza non è nel valore della vittima. La differenza è nella ragione per cui quella vittima viene uccisa. Dal 2025 questa distinzione è entrata esplicitamente anche nel Codice penale italiano con l'articolo 577-bis. La norma non parla semplicemente dell'uccisione di una persona di sesso femminile, ma individua elementi come odio o discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio su una donna, in quanto donna, le limitazioni delle sue libertà individuali, della sua volontà di rifiutare di instaurare o di mantenere una relazione affettiva. Le parole decisive sono dunque: controllo, possesso, dominio, rifiuto, libertà.

 

La domanda allora non è se valga di più la vita di una donna o quella di un uomo, perché hanno esattamente lo stesso valore, ma se esiste una forma di violenza nella quale una donna viene uccisa perché qualcuno non ne riconosce pienamente la libertà di scegliere, rifiutare, lasciare. Se esiste, abbiamo bisogno e il dovere di riconoscerla. E per riconoscerla dobbiamo anche nominarla.

 

Dare un nome significa rendere visibile. È qui che la questione incontra la filosofia del linguaggio.

 

Nelle Ricerche filosofiche Wittgenstein ci invita a guardare alle parole non come contenitori ai quali sia stato assegnato una volta per tutte un significato, ma attraverso il loro uso nel linguaggio. Per una vasta classe di casi, osserva, il significato di una parola è il suo uso nella lingua. Da questo punto di vista, chiedersi perché esista la parola femminicidio significa chiedersi quale distinzione abbiamo avuto bisogno di introdurre nel nostro linguaggio. Non si tratta di inventare una parola perché mancava il femminile di omicidio, ma di dare un nome a un fenomeno.

 

Omicidio descrive ciò che è accaduto: un essere umano ne ha ucciso un altro. Femminicidio aggiunge qualcosa: ci chiede di osservare la matrice nella quale quell'uccisione è maturata.

 

Questi delitti esisterebbero anche se non li chiamassimo femminicidi, ma una parola può permetterci di riconoscere come fenomeno ciò che, senza di essa, rischierebbe di appiattirsi alla quotidianità. Quando diamo un nome a una realtà è perché abbiamo finalmente imparato a riconoscerla. È anche per questo che l'affermazione “un omicidio è un omicidio” è vera e, contemporaneamente, insufficiente. È vera perché ogni omicidio consiste nell'uccisione di un essere umano. È insufficiente perché non ci dice nulla sulle ragioni, sulle dinamiche e sul contesto nel quale quell'essere umano è stato ucciso. Distinguiamo per comprendere, comprendiamo per poter prevenire ed insegnare che l'altro non mi appartiene, può dire sì e può dire no. Se non riconosco questa possibilità, non sto più riconoscendo davanti a me un soggetto libero, ma sto trasformando una persona in qualcosa che ritengo di possedere.

 

Ed è proprio per questo che diventa particolarmente delicato quando la confusione sul significato delle parole viene alimentata dalla politica. Un cittadino può non conoscere esattamente che cosa significhi femminicidio, può avere un dubbio e cerca, si informa. Diversa è la responsabilità di chi ricopre o aspira a ricoprire ruoli politici. Si può essere contrari alla nuova legge sul femminicidio e proporre di modificarla o abolirla. È parte della dialettica democratica. Ma prima di discutere se una norma sia giusta o sbagliata dovrebbe esserci il requisito minimo di comprendere correttamente il fenomeno che quella norma cerca di riconoscere. Chi esercita una funzione politica deve avvertire la responsabilità delle parole che utilizza, perché quelle parole diventano opinioni diffuse, orientano il dibattito, costruiscono consenso e contribuiscono al modo in cui le persone interpretano la realtà. La democrazia garantisce a tutti il diritto di partecipare alla vita pubblica, ma il consenso non sostituisce la competenza. Governare una società complessa richiede studio, preparazione, capacità di distinguere e consapevolezza del peso della parola pubblica.

 

Uomini e donne devono essere uguali nei diritti e nella dignità. Ma essere uguali non significa essere esposti necessariamente agli stessi fenomeni o alle medesime forme di violenza. Riconoscere una differenza non significa creare una discriminazione, significa semplicemente vedere meglio la realtà e la battaglia intorno a questa parola è anche una battaglia intorno alla realtà che siamo disposti a riconoscere.

 

Chiamare qualcosa femminicidio non salverà, da solo, una donna, ma cancellare la parola non cancellerà il fenomeno, lo renderà soltanto più difficile da distinguere. E prima di domandarci se una parola debba esistere, dovremmo osservare che cosa facciamo con quella parola, quale fenomeno ci permette di riconoscere, quale distinzione rende possibile nel nostro linguaggio e quindi nel nostro modo di comprendere il mondo. Per questo non dovremmo desiderare una società senza la parola femminicidio, dobbiamo pretendere una società in cui, un giorno, non esista più quel fenomeno che quella parola è costretta a nominare.

 

Fino ad allora, cancellarla in nome dell’uguaglianza (questa nella società veramente non esiste) rende invisibile il problema e spazza via il percorso verso il cambiamento culturale che stiamo, a fatica, cercando di costruire.

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