Come liberarsi dalla stupidità e dall’inutilità del male?
- Marco Antonio D'Aiutolo

- 2 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 6 giorni fa
Durante la sua prigionia sotto il nazismo, il pastore luterano Diedrich Bonhoeffer ha scritto: «La stupidità è un nemico del bene più pericoloso che la malvagità. Contro il male si può protestare, si può smascherarlo, se necessario ci si può opporre con forza… Ma contro la stupidità siamo disarmati.» Ed è vero: lo stupido «non è autonomo» e quando si discute con lui si ha a che fare «con le frasi fatte, le formule ecc. che lo dominano… il suo vero essere ha subìto un abuso, un maltrattamento. Divenuto in tal modo uno strumento privo di volontà, lo stupido è capace di commettere qualsiasi male e di non riconoscerlo come male.»
Sono tuttavia persuaso che malvagità e stupidità non siano poi così diverse. Per entrambe, infatti, qualora ne cercassimo le ragioni profonde, quasi possano essere comprese, ci troveremmo dinanzi a realtà prive di logica, ragioni, quindi intelligenza. Uno smacco che lo stesso Bonhoeffer descriveva in questi termini: «una delle esperienze più sorprendenti e al tempo stesso più incontestabili è la rivelazione del male come stupidità e inutilità».

È la banalità del male esplorata magistralmente in particolare da Hannah Arendt quando analizzò il processo a Otto Adolf Eichmann. Per la filosofa, egli non appariva come un mostro, ma come una figura priva di autentica personalità, dai tratti burleschi e istrionici, e concludeva che il suo comportamento malvagio era nato dall'assenza di pensiero. Quando l'individuo smette di riflettere, diventa incline a eseguire qualsiasi ordine, delegando la propria coscienza al potere. Un aspetto su cui sia Bonhoeffer che Arendt concordano e che si ispira a Immanuel Kant che, ne La domanda: che cos'è l'Illuminismo?, descriveva il potere come capace di istupidire gli uomini (che lo permettono) riducendoli ad «animali domestici» e impedendo loro di muovere un passo fuori dal «girello da bambini» in cui sono stati imprigionati.
L'intera filosofia morale kantiana si basa sulla convinzione che il malvagio, strumentalizzando la ragion pratica per la soddisfazione dei suoi esclusivi interessi, bisogni, desideri, dogmi e bias cognitivi, rinunci alla propria autonomia. Per l’interprete di Kant, Ermanno Bencivenga, se interrogato sulle ragioni del suo comportamento, l'uomo immorale risponderebbe solo con «un riferimento inarticolato al proprio desiderio, che sigillerebbe, piuttosto che risolvere, il suo mutismo. E qualsiasi altra cosa non razionale funzionerebbe allo stesso modo». In tal guisa, egli si pone fuori da ogni possibile registro di conversazione diventando incapace di dialogo.
Basti pensare alle malvagità e stupidità dei dittatori. Pur osannati come grandi statisti e politici intelligenti e astuti, non fanno altro che piegare la ragione ai propri desiderata, rifiutando ogni senso critico e confronto. Per autoassolversi, giustificano gli atti malvagi che compiono con le migliori teorie filosofiche e restano ciechi dinanzi agli eventi del passato o alle sorti dei predecessori, ricadendo negli stessi errori e orrori. Così facendo finiscono per esautorare la storia quale magistra vitae.
Per esprimerci con una metafora, costoro sono in un perenne stato di dormiveglia, il cosiddetto sonno della ragione. Vivere infatti senza riflettere equivale a giacere in una condizione di incoscienza, dove l'individuo può essere ridestato solo dalla voce della ragione, l'unica capace di mettere in funzione la consapevolezza morale. L'uso della ragione ci permette di uscire dalla «minorità», di riconoscere lo stato in cui versavamo e la forza con cui esso continua a esercitare la propria influenza su di noi.
Solo se permettiamo che quella pressione di vincerci e riprecipitiamo nel sonno, cessiamo di riflettere e di deliberare. Pur credendo di elaborare strategie e regole di comportamento, pur convincendoci di essere protagonisti, in realtà siamo privi di controllo. Le azioni che diciamo nostre saranno reazioni eteronome, le ragioni meri moventi. In questo stato di sonno, trascineremo anche gli altri. Smetteremo di riconoscerli e rispettarli come tali, per trasformarli in meri complici, mezzi per il raggiungimento dei nostri fini egoistici. Il male comincerà così a mediare una tentazione, a inquinare una comunità, a istituzionalizzarsi, a strutturarsi, assumendo la forma di una spirale involutiva che sembra superare ogni nostro potere.
Ma la voce della ragione kantiana rimane incorruttibile per continuare a richiamarci alla consapevolezza morale. Da non confondere con la coscienza morale, quasi fosse qualcosa di scontato, senza bisogno di essere coltivata, educata e sensibilizzata. Quando Kant parla della ragione incorruttibile, intende dire che, malgrado l'assopimento, essa è funzionante. Altrimenti non potremmo spiegarci la possibilità del risveglio, quindi della conversione, né quella di agire diversamente dall'ambiente corrotto nel quale siamo cresciuti. La possibilità, cioè, che si venga «a trovare un uomo onesto» in un paese di ladri, capace di insidiare l'ordito del sistema, fino a lasciarsi espellere da esso, come nella favola La pecora nera di Italo Calvino.

Ridestatosi, quindi, l'uomo ricomincia a riflettere, a maturare ragioni, a deliberare e ad agire. Guardando allo stato precedente, la ragione non potrà offrircene alcun senso adeguato, ma ne coglierà l'estraneità, l'illogicità, l'irrazionalità, l'arbitrarietà e la banalità dei moventi, quindi la loro non doverosità. Perché il male, incapace di generare relazioni, nega ogni forma di vincolo e responsabilità. Ed è proprio questo che la ragione ci spinge a fare, ad assumerci le nostre responsabilità dinanzi a noi stessi, agli altri e al mondo irrazionale che abbiamo provocato, pur in uno stato di sonno inconsapevole.
Questa presa di posizione non è un processo solitario. Come chiarisce Carla Bagnoli: «Anche quando assume le sembianze di un monologo interiore, la riflessione è sempre dialogica, prevede un agente e un pubblico. Piuttosto che un giudice o osservatore, questo pubblico è un interlocutore partecipe delle sorti della riflessione.» Questo dialogo interiore ci apre a quello esteriore e attua la mediazione del bene. Divenendo capaci di riconoscimento e rispetto reciproci, possiamo strutturare relazioni autentiche e iniettare nella società semi di resistenza contro il male. Anche il bene dunque si media, si istituzionalizza con la testimonianza, l'educazione e la presa di coscienza. È in questo senso che l'historia, che non ha convinto dittatori, malvagi e stupidi, dà una dritta sui rimedi a chiunque sappia porsi in dialogo anche con coloro che, nel passato, li hanno combattuti e vinti.
È allora vero quanto scrive Bonhoeffer, che «la stupidità potrebbe essere superata soltanto con un atto di liberazione» e non di indottrinamento, una «intima liberazione» preceduta «da una liberazione esterna.» E lo è altrettanto l'idea di Arendt: «la manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. Il che, forse, nei rari momenti in cui ogni posta è in gioco, è realmente in grado di impedire le catastrofi». Non sono state forse queste le forme di liberazione, interne ed esterne, che la storia ci ha sempre mostrato?

